Giappone con Virgi

Da non perdere

Top food

  1. Robata-Yui (Tokyo)
    Cibo spaziale e atmosfera super divertente: sedetevi al bancone davanti alla griglia, è metà cena e metà spettacolo. Se avete attesa, fate prima un bicchierino di sakè nel locale accanto (stesso proprietario): fatevi consigliare, hanno bottiglie davvero ottime.
  2. Maruden Syouten (Zao Onsen)
    Perfetto dopo sci/trekking e onsen: qui dovete provare il sukiyaki di manzo, un piatto unico in stile nabemono(cottura in pentola) che vi preparate direttamente al tavolo.
  3. Shokudo Yoroshiki Hi (vicino alle scimmie)
    Ideale dopo la visita alle scimmie: posticino piccolo, a gestione familiare. Riso con verdure e carne memorabile, e gyoza alla piastra davvero buonissimi.

Top esperienze

  1. Dewa Sanzan (fatto in inverno)
    Per noi sono state magiche la salita/discesa al monastero più che la serata passata nel monastero stesso. L’esperienza cambia completamente in base alla stagione: sicuramente in primavera/estate potrete vedere i monaci (che in questo periodo erano in letargo penso).
  2. Porto di Toba (prefettura di Mie)
    Uscita in barca con un pescatore per la raccolta delle alghe wakame, e poi pranzo al porto, al sole, cucinando sul momento le alghe raccolte da noi.
  3. Pranzo con le Ama
    Donne pescatrici subacquee che custodiscono una tradizione di oltre 2000 anni. Ti ospitano nelle loro casette di legno e cucinano alla griglia i frutti di mare pescati poche ore prima: una delle esperienze più autentiche del viaggio.
  4. Sato Farm
    Non riuscivo a fermarmi a tre, quindi aggiungo anche questo: pranzo su zattere in baia, in casette private. Ordinate il set con ostriche fritte e contorni. Ancora meglio se riuscite a prenotare anche una visita con dimostrazione della coltivazione delle ostriche.

Top shopping

  1. ITOYA (Tokyo) — paradiso assoluto per gli amanti della cartoleria.
  2. Majimaya (Tokyo) — il paese dei balocchi per chi ama pasticceria e biscotti (formine, strumenti, stampi: pericolosissimo).
  3. Ippodo Tea (Kyoto) — non vi limitate al matcha!

Top luoghi

  1. Tokyo — una delle capitali più affascinanti al mondo, punto.
  2. Kyoto — ma fuori stagione. Ad agosto l’avevo trovata invivibile per i turisti; a gennaio era un’altra città.
  3. Takayama — autentica e carinissima, una sorpresa. Base perfetta per villaggi di montagna, produttori di sakè/soia/miso, farm locali di latte e burro e bakery pazzesche. In più è vicina al Minshuku Takizawa, ideale per cena tipica + onsen sotto le stelle e la neve.

Diario di Viaggio

Giorno 1 — 16 gennaio — Partenza & Tokyo

Partiamo il 15 e atterriamo il 16 dopo una serie di “piccole” vicissitudini che ci chiariscono subito il tono del viaggio. Primo volo: 3 ore di ritardo → coincidenza persa a Shanghai. Scendiamo convinte di essere nel posto giusto… e invece scopriamo (sì, l’avevano detto più volte, ma noi eravamo troppo impegnate a parlare) che siamo finite nell’aeroporto sbagliato. Risultato: 2 ore di coda per rifare il biglietto + 1h30 di bus verso Pudong. Totale: 34 ore sveglie, perché il volo lungo per noi era di giorno e abbiamo dormito pochissimo.

Qui nasce il motto ufficiale della vacanza: “Poteva andar peggio.” Spoiler: ogni giorno, in effetti, andrà davvero peggio del precedente. Arriviamo finalmente a Tokyo: check-in e collasso. Dormiamo in un ostello ad Asakusa, futon in camera privata, bagni condivisi ma pulitissimi (come tutto qui, in Giappone).


Giorno 2 — 17 gennaio — Tokyo “vecchia”

Sveglia alle 8:00. Tokyo ci accoglie con una giornata perfetta: sole, 16°C, zero vento. Decidiamo di girare le zone meno turistiche (anche perché abbiamo pochi giorni). In generale: periodo ideale per viaggiare — quasi nessun occidentale persino a Tokyo, figuriamoci nei posti dove andremo dopo.

Prima tappa: Senso-ji ad Asakusa e passeggiata in zona, che trovo sempre deliziosa (l’altra volta eravamo al Kokono Club, super consigliato). Colazione da Misojyu: onigiri + miso soup. L’unica vera colazione giapponese della vacanza: abbiamo notato che qui la colazione “come la intendiamo noi” non è proprio il loro sport nazionale. Poi via verso Kappabashi (Nishiasakusa): paradiso per chi ama cucina e casa. Ci perdiamo ore in negozi uno più pericoloso dell’altro:

  • Demachi Hisaya: assaggi tutto e finisci inevitabilmente per comprare (io: olio al wasabi, olio allo yuzu, salsa piccante allo yuzu).
  • Soil: ceramiche bellissime (micro vasetti + poggia-bacchette a forma di banana, ovviamente).
  • Kama-Asa: coltelli fatti a mano e accessori per cucinare.
  • Majimaya: tre piani di formine per biscotti. Avrei potuto vendere un rene.

Camminiamo fino a Ueno: merenda con onigiri del FamilyMart (tonno & mayo, il mio prefe — diventerà un must). Giro ad Ameyoko: bella ma affollatissima.
Per scegliere dove mangiare in Giappone, regole d’oro:

  1. guarda la coda
  2. più è minuscolo e nascosto, più è buono
  3. Google Maps qui è sorprendentemente onesto

Pranzo da Gyukatsu Motomura: cotoletta di manzo impanata, dorata fuori e ancora rosata dentro, che finisci di cuocere su una piastra in ghisa. Attraversiamo il parco di Ueno e andiamo verso Yanaka Ginza: atmosfera da Tokyo anni ’50, una shopping street tradizionale. Matcha da Kayaba Coffee: sedetevi al piano di sopra, per terra. Scopriamo anche Tougen Craft Studio: negozio troppo carino. Io prendo una giacca in cotone color denim e Virgi una camicetta stupenda.

Sono già le 17:00 e qui sta chiudendo tutto, ma riusciamo a bere una birretta “come i local”, sedute su una cassetta. Poi metro per Nakameguro: cena con Pitto & Agni (e amici italiani) da Nakame no Teppen Honten: izakaya super (prenotate), pesce alla griglia ottimo e piattini da condividere. Torniamo in hotel ma siamo inspiegabilmente iperattive: due birrette + castagne bollite del supermercato, e pianificazione della giornata successiva davanti alla guida.


Giorno 3 — 18 gennaio — Centro Tokyo

Colazione FamilyMart (onigiri + smoothie) perché siamo di fretta. Metro per Shinjuku. Passeggiata allo Shinjuku Gyoen National Garden con Pitto & Agni, che ci raccontano qualche curiosità della loro vita a Tokyo. Poi a piedi fino a Harajuku: Cat Street sempre carina. Volevo comprare jeans per Pietro (Atelier d’Artisan / Smart Clothing Store) ma niente taglia. Vale comunque il salto. Altro posto top: Momotaro Jeans (e hanno anche da donna). Pranzo economico e godurioso da Harajuku Gyozarou: con 5€ mangi ravioli al vapore e alla piastra come se non ci fosse un domani. Poi facciamo la genialata di prendere un Lime “per vedere meglio la città”. Spoiler: pessima idea. Rampa di scale, decisioni discutibili, dramma parcheggio (aree designate, lo lasci sempre lontanissimo). Arriviamo al tempio Mieji, quasi in chiusura, ma molto suggestivo al tramonto. UNIQLO: affaroni. Passeggiata verso Omotesando, salutiamo Pitto & Agni e poi di nuovo a Shinjuku per cena nel mio posto del cuore: Robata-Yui. Prima: sakè nel locale accanto dello stesso proprietario (io frizzante, Virgi un “sour”). Cena deliziosa, ambiente rumoroso e divertente, camerieri che cantano e “fanno casino” mentre cucinano. Da non perdere: insalata di patate con pancetta, pollo fritto, onigiri alla griglia con burro, sashimi e qualsiasi piatto del giorno.


Giorno 4 — 19 gennaio — Si parte

Check-out. Colazione in un posto locale vicino all’hotel con yogurt e granola. Metro per Ginza. Lasciamo le valigie nei locker di Tokyo Station e via da ITOYA: 12 piani di cartoleria — potete perderci una giornata intera. Piccolo dettaglio: avevamo l’auto a noleggio a Nagoya alle 10… e noi ci arriviamo alle 18. Comunque: recuperiamo le valigie, compriamo due box di sushi in stazione (c’è di tutto) e prendiamo lo Shinkansen delle 15 (biglietti in stazione, treni ogni 5–10 minuti: comodissimo). In 1h40 siamo a Nagoya. Noleggio auto: buio pesto + guida al contrario. Io guido, Virgi copilota.
Nota tragicomica: dieci giorni prima di partire ci accorgiamo di non avere la patente internazionale. Riesco a farla in una settimana, supplicando una signora della motorizzazione di Torino.

Destinazione: Ise, prefettura di Mie, per una serie di esperienze gastronomiche. Arriviamo dopo 2h30, con sosta in un ristorantino minuscolo in campagna (nome ignoto, eravamo probabilmente le uniche turiste degli ultimi mesi): insalata di meduse ottima e anguilla laccata su riso da applausi. Arrivo a Ise, Kazami Hostel: camera carina, ma bagni esterni… al freddo polare.

Giorno 5 — 20 gennaio — Santuario, Ama e Toba

Sveglia con vento gelido. Ci vestiamo a cipolla e, dopo una colazione da Cafe Pei con un toast tristissimo (capita anche ai migliori), partiamo per il Santuario di Ise, a 15 minuti d’auto. Basta un’oretta per visitarlo, ma vale tantissimo: templi di legno, tetti di paglia, un bosco curatissimo. Nello shintoismo la natura è sacra e qui lo senti davvero. Al tempio principale vediamo uomini in bianco e persone in giacca e cravatta che ricevono benedizioni: è un luogo dove molti vengono a pregare per il lavoro.

Poi si va verso sud, perché ci aspetta una cosa che sognavamo da giorni: pranzo in una Ama Hut. Le Ama sono pescatrici subacquee che si immergono in apnea per raccogliere frutti di mare, e portano avanti una tradizione antichissima. Noi scegliamo una capanna piccola e intima: Osatsu Ozegosan. Menù: tutto alla griglia — ostriche, capesante, lumache e (se vuoi) abalone e aragosta. L’abalone è pregiatissimo: lo proviamo, ma non mi conquista. Il contesto però è magico: una nonnina che cucina per te e, dietro di lei, l’oceano gelido dove poche ore prima pescava.

Poi ci dirigiamo verso Mikimoto Pearl Island a Toba. Interessantissima, soprattutto se non conosci il mondo delle perle. Kokichi Mikimoto, imprenditore di Toba, nel 1893 riuscì a ottenere le prime perle coltivate e trasformò l’intuizione in un’industria: aprì poi il primo negozio a Ginza e rese le perle coltivate famose nel mondo.

Prima però eravamo letteralmente congelate: merenda da Jubilee Tea and Cakes con il cinnamon roll più buono mai mangiato. Talmente buono che chiediamo pure la ricetta, con la seria intenzione di rifarlo. Verso sera, con un vento fortissimo, facciamo tappa alle Meoto Iwa, le “rocce sposate” legate da una corda sacra: simbolo di matrimonio e fertilità, super suggestive con mare alto e onde che esplodono sulle rocce. Poi primo vero onsen del viaggio: rinascita. (Divisi uomo/donna, tutti nudi, vasche bollenti e spogliatoi con asciugacapelli e shampoo. Nota importante: non c’è il balsamo, né spazzole.)

Aperitivo improvvisato: birretta Asahi + onigiri tonno & mayo in macchina (dove ci avevano chiaramente detto di non mangiare né bere), perché fuori faceva troppo freddo. Per cena facciamo fatica a trovare qualcosa — qui chiude tutto prestissimo — ma scoviamo un posto ultra-local, con il proprietario che fumava dentro come nei vecchi tempi. Ci offre noccioline incuriosito da queste due straniere arrivate fin qui. Assaggiamo gli udon tipici della zona: super spessi, con salsa di soia densa e cipollotto. Buonissimi.


Giorno 6 — 21 gennaio — Wakame tour

Colazione da Isuzugawa Cafe: due torte, perché era finito il pane burro marmellata. Questa via Oharainachi-Dori Streetè perfetta per colazione o pranzo, ma chiude tutto alle 17.
Assaggiamo dolcetti tipici tipo mochi da Akafuku Honten: per noi, tremendi. Troppo dolci (ma siamo noi il problema, lo so).

Poi andiamo verso Toba per il Wakame Tour da Kaito Yumin Club. Partenza alle 12:00, spostata di 2 ore per vento forte (per fortuna era uscito il sole). Dopo una breve lezione saliamo in barca con il capitano e raggiungiamo la coltivazione: peschiamo le nostre alghe wakame, poi rientriamo in porto e ci apparecchiano un tavolo al sole con i fornelli per cucinarle.

Le sciacquiamo, le facciamo bollire pochissimi secondi e sono pronte: le proviamo nella miso soup, poi in insalata con il mirin e infine nel ramen. Cibo semplice, ma esperienza e location pazzesche.
Le due guide e il pescatore ci chiedono dove andiamo dopo. Diciamo “Yamagata”. Ci chiedono con che mezzo. “Auto.” Ci chiedono chi guida. “Noi due.”
Sono sconvolti. Ci dicono di stare attente. Scopriremo presto perché.

Il pomeriggio avevamo in mente varie cose, ma non eravamo riuscite a prenotare perché bisognava chiamare da un numero giapponese. Risultato: tutto chiuso. Quindi facciamo ciò che sappiamo fare meglio: mega spesa di prodotti da riportare in Italia al supermercato Gyutora + tappa da MUJI. Ingredienti e cosmetici a raffica (protezioni solari e sieri convenientissimi, colluttorio virale, maschera capelli top). Io compro anche una valigia grande: lo zaino North Face stava per esplodere e portarmi 27 kg sulle spalle non era nel piano.

Con il bottino, cena “home made” in ostello per provare un po’ di prodotti:

  • insalata di cavolo con salsa di sesamo
  • 2 onigiri a testa
  • chips di patata dolce
  • udon con salsa di soia densa, broccoli e cipollotto
  • shokupan con marmellata di fichi

Giorno 7 — 22 gennaio — Perle & ostriche

Colazione in hotel: shokupan e marmellata di fichi. Che bontà.
Partiamo verso Ago Bay, una zona molto suggestiva a sud di Ise, per un’esperienza legata alle perle. Posto stupendo, ma tour un po’ “pacco”: speravamo in una dimostrazione più completa, vedere l’esperto aprire l’ostrica come un chirurgo e seguire tutto il processo con delicatezza. Ci sono tour migliori in zona, ma vanno prenotati prima — noi ci siamo attivate troppo tardi.

Poi stop in una bakery pazzesca dove componiamo il nostro vassoietto: si chiama Panya Fujita. Proseguiamo per Sato Farm: speravamo in una visita, ma ci dicono che andava prenotata. Ci consoliamo immediatamente con un pranzo incredibile: si mangia su zattere in mezzo alla baia, in piccole casette private. Dovete ordinare il set di ostriche fritte e contorni. Luogo magico: a un certo punto inizia pure a nevicare sul mare.

E poi… road trip deciso un po’ all’ultimo. Ci eravamo messe in testa di vedere le scimmie nelle acque termali e i paesini tipo Shirakawa & Co. senza calcolare bene la fatica di tutte quelle ore in auto. Tornassimo indietro, studieremmo gli spostamenti diversamente (più treno/volo e una logica più lineare), ma avevamo organizzato tutto tardi e molti hotel li prenotavamo giorno per giorno. Dopo 6 ore arriviamo a Matsumoto. Per strada avremmo voluto fare Magome–Tsumago, ma era tardi e buio. Prima o poi ci torno: è un’antica strada lunga circa 8 km tra villaggi e boschi. Dormiamo in hotel lungo la strada: ci danno i pigiami, noi li indossiamo subito e, con i nostri due smanicati di pile bianchi pelosi nuovi e uguali, giriamo come due gemelline.

Cena in hotel: onigiri e miso soup (sì, ancora loro). Nota personale: tutti pensano “cucina giapponese = sano”, ma qui si mangia anche tantissimo fritto, maiale e cose pasticciate. Bisogna saper scegliere i posti giusti: locali, semplici e genuini.


Giorno 8 — 23 gennaio — Scimmie & Minshuku

Partenza alle 8:30 (doveva essere 7:30, ma non sentiamo la sveglia).
Sulla strada passiamo dalle risaie di Obosute e facciamo colazione da Pain Atmos. Dopo 1h30 arriviamo a Jigokudani Onsen per vedere le scimmie: bellissimo, ma troppi turisti. Morale: arrivare prestissimo per essere quasi da soli, altrimenti non ne vale la pena.

Ci consoliamo con un pranzo super da Shokudo Yoroshiki Hi : riso con pioppini, melanzane, cipollotto, manzo, maiale, germogli, arachidi, sesamo… una bomba. Nel frattempo scopriamo un pasticcio: il ragazzo alla reception dell’hotel di Ise, a cui avevamo chiesto di disdire l’hotel di Shirakawa della notte prima, evidentemente non aveva capito. Risultato: ci ritroviamo in marcia verso Takayama senza hotel. E inizia a nevicare forte. Su Booking troviamo un posto in mezzo al nulla che sembra incredibile, Minshuku Takizawa. Ci buttiamo: 30€ a notte. Arrivate, prima cosa: onsen all’aperto sotto la neve. Poi kimono e cena super, con carne, riso e verdure cotte in pentola al tavolo.

La neve intanto aumenta. Il proprietario rimane sconvolto quando gli diciamo che il giorno dopo guideremo fino a Shirakawa. Diciamo che forse una previsione meteo potevamo anche guardarla.


Giorno 9 — 24 gennaio — Neve epica e giornata “survival”

Sveglia: TANTISSIMA NEVE. Mettiamo la sveglia alle 6:30 per goderci un altro onsen sotto la neve: sembrava di essere dentro Narnia. Durante la notte non aveva smesso un secondo. Partiamo verso Kyoto. Prima tappa: colazione a Takayama (ci arriviamo con neve fitta). Villaggio antico delizioso, famoso per le bakery grazie a latte e burro di Hida. Noi facciamo il giro:

  • Le Pain Mujo (francese): cannelé, crostata nocciole e mele, e soprattutto kouign-amann.
  • Miyagawa Morning Market + viuzze con brewery di sakè e salsa di soia.
  • Nunoja Bakery (giapponese): facciamo scorta di pane, e per fortuna, perché sarà il nostro kit di sopravvivenza.

Ripartiamo verso Shirakawa: la neve aumenta, gli spalaneve sono rari e più che pulire creano muri di due metri ai lati. Guidiamo in un tunnel bianco, con alberi carichi di neve che scaricano cumuli qua e là. Perdiamo l’uscita e finiamo a Gokayama: deserto totale. Da quando siamo partite avrà nevicato mezzo metro. Fiocchi enormi, grandi come noccioline: non ho mai visto così tanta neve in vita mia. Il navigatore ci infila in una stradina in discesa, bloccata in fondo. Facciamo retro e ci impantaniamo. Io scendo a liberare le ruote con le mani, ma non basta. Entriamo in un paesino da fiaba (di solito super turistico per le casette di legno e paglia), oggi ovviamente vuoto. Prendiamo in prestito due pale davanti a una porta e ci tiriamo fuori. Per fortuna. Facciamo un giretto: si fatica a camminare, tanta è la neve fresca. Ci fermiamo in un caffè: i proprietari si chiedono cosa ci facciamo lì, e soprattutto come siamo arrivate fin lì.

Ripartiamo verso Shirakawa. Il parcheggio è inaccessibile, la neve sempre più fitta. La vediamo al volo e decidiamo di puntare dritto alla destinazione finale: Kyoto. Il navigatore dice 4 ore (16:00 → 20:00). Spoiler: no. Seconda scena del giorno: su una strada stretta in salita, in senso opposto arriva una macchina “cubotto” che, per farci passare, si incastra nel muro di neve. Noi ci fermiamo e restiamo bloccate. Proviamo ad aiutare i due giapponesi: lei scende in crocs e leggings, per farvi capire. Poi capiamo che è inutile: arrivano rinforzi, parlano tra loro, noi restiamo in macchina e mangiamo pane guardando la scena come fosse un film. Arrivano altri giapponesi, una signora anziana con le pale, e poi un ragazzo vestito da sci diventa il nostro eroe: guida lui, ci libera e ripartiamo.

Poco dopo scopriamo che l’autostrada è chiusa fino a Gifu: aggiunge circa 6 ore. Tutti ci dicono di fermarci a dormire lì, ma noi abbiamo un obiettivo: arrivare a Kyoto. Avevamo già perso una giornata per le scimmie, non volevamo perdere altro tempo. Prendiamo strade alternative, ci incastriamo ancora: a turno una spinge e l’altra guida, e ci liberiamo. Poi troviamo una salita con un sacco di auto bloccate: ci fermiamo e restiamo incastrate anche noi. Arriva una coppia che parla inglese (miracolo), poi un poliziotto gentilissimo che ci aiuta a manovrare… e in qualche modo ripartiamo. Nel frattempo, noi viviamo di pane: proviamo a fermarci in vari 7Eleven o FamilyMart, ma i frigo degli onigiri sono stati svaligiati. Finché alle 23:00 non li troviamo. E questo ci dà la motivazione per tirare avanti fino a Kyoto. Entriamo in autostrada dopo Nagoya e alle 01:30 arriviamo a Kyoto, in un hotel tremendo prenotato su Booking mezz’ora prima.

Nota: se capitate in questa zona, dev’essere bello anche salire nella penisola di Ishikawa e vedere le risaie di Senamaida e il mercato mattutino di Wajima.


Giorno 10 — 25 gennaio — Kyoto

Dormiamo un po’ di più perché siamo cotte. Sveglia alle 8:00 e giretto in zona Gion: ad agosto me la ricordavo piena zeppa di turisti, ora la vediamo vuota e con la neve. Ci dicono che è raro vedere Kyoto centro innevato. Che fortuna. Caffè e fetta di torta in un baracchino sulla via. Alle 10:00 facciamo una dimostrazione di cerimonia del tè da Tea Ceremony Camelia: molto carina.

Poi ci spostiamo in periferia da Bakery Cafe Nagomi per un corso di shokupan. Ci eravamo innamorate di questo pane e abbiamo deciso di imparare a farlo. Avevo scritto su Instagram a varie bakery e questa mi aveva risposto (su insta: @qndbm264 Cafe). Arriviamo alle 12:00, impastiamo, e dopo due ore lo shokupan è pronto: buonissimo. Ci portiamo via tre pagnotte per le colazioni dei giorni successivi.

Pranzo da Tako Sando: avevamo in testa di assaggiare il katsu sando, e sì, è buonissimo. Facciamo anche un giro in zona, molto carina, non l’avevo ancora vista. Volevamo andare a Uji (zona del tè a 20 minuti da Kyoto), ma si sarebbe fatto tardi (e comunque è più bella in primavera/estate per vedere le coltivazioni), quindi ripieghiamo su Ippodo: degustazione e scorta di sencha, matcha e hojicha (varietà senza teina).

E poi… altra genialata: prima di pranzo avevamo lasciato la macchina parcheggiata nella corsia dei pullman, su un corso a sei corsie, con le doppie frecce accese, pensando: “mangiamo un panino e andiamo via”. Ce ne dimentichiamo totalmente. Torniamo all’auto alle 18:30, e alle 19:00 dovevamo riconsegnarla a mezz’ora da lì. Non si accende: batteria scarica. L’assistenza ci aveva lasciato solo un numero giapponese. Entriamo in un negozio a chiedere aiuto e troviamo una signora gentilissima in un luxury store di divani: ci fa accomodare su un divano morbidissimo e chiama per noi. Dopo 40 minuti rispondono. Ci mettono un’ora a capire nome, cognome, targa e luogo dell’auto. Il negozio deve chiudere, la signora ci augura buona fortuna e ci lascia al nostro destino.

L’assistenza dice che arriverà dopo minimo due ore. Noi iniziamo a entrare in ogni negozio/hotel e fermare macchine per chiedere cavi. Risposte: “no”, oppure gente che quasi scappa. Un ragazzo che parla inglese al bancone di un hotel ci dice: “i giapponesi hanno tanto da fare, è impossibile trovare qualcuno che si fermi ad aiutarvi”. Sconfortate, andiamo al 7Eleven davanti all’auto: chiediamo di usare il telefono, non vogliono. Dopo 20 minuti a pregarli si convincono, ma l’assistenza ci tiene in attesa mezz’ora. Poi, come per magia, vedo fuori un uomo con il giubbottino arancione: il nostro salvatore. In tre secondi riaccende l’auto con i cavi. Tre ore per risolvere una cosa che, con due cavi, si faceva in 15 minuti. Poteva andar peggio, e infatti lo ripetiamo.

Corriamo a riconsegnare l’auto, poi cena con sushi su nastro e treno per Osaka. Arriviamo tardi e crolliamo.


Giorno 11 — 26 gennaio — Yamagata / Zao Onsen

Sveglia presto e ci vestiamo “da sci”, già con pantaloni e guanti pronti. Immaginate un volo del lunedì mattina pieno di uomini giapponesi in giacca e cravatta… e poi due italiane vestite da sci. Arrivo 9:20 a Yamagata, pista di atterraggio totalmente innevata. Affittiamo la macchina — questa volta non una Yaris, ma il mitico cubotto — e andiamo a Zao Onsen. Freddo sì, ma sole bellissimo.

Affittiamo tutta l’attrezzatura (per snowboard qui è perfetto: neve morbidissima) e prendiamo la prima seggiovia. Obiettivo: i famosi Zao Monsters. Noi sbagliamo strada: partiamo da sinistra, ma al centro della stazione c’è la cabinovia che porta diretti ai Monsters. Ci mettiamo due ore per arrivare e, nel frattempo, cambia tutto: inizia a nevicare, l’aria diventa gelida. In cima: -15°C, vento a 50 km/h e nebbia fittissima. Non vediamo i mostri. E il ristorante sulle piste ha soldout tutto tranne dei ghiaccioli. In più, noi eravamo vestite in modo tragicomico: io con due paia di guanti di cachemire e moffole pelose da città, calze da ginnastica e piumino normale. Virgi con la faccia coperta di ghiaccio e i capelli fuori dal casco diventati bianchi. Dopo tre ore di patimento decidiamo di scendere. Esperienza bella, ma meglio farla con il sole. Tra l’altro i noleggiatori ci dicono che quella giornata era “calda” per i loro standard.

In paese pranziamo con baozi ripieni e ravioli di carne e verdure: super. Check-in in hotel in centro paese, un po’ triste e freddo, ma qui non ci sono grandi strutture. Poi subito onsen con vasca naturale all’aperto: bellissimo. Per cena scoviamo un posto top, Maruden Syouten, secondo miglior ristorante della vacanza. Da provare assolutamente il sukiyaki di manzo, piatto unico in stile nabemono da preparare al tavolo con verdure, tofu e uova. E il cameriere parlava non solo inglese, ma anche un po’ di italiano: dopo giorni di Google traduttore, sentire un “ciao” è stata gioia pura. A letto presto.


Giorno 12 — 27 gennaio — Santuario di Dewa Sanzan

Dormiamo fino alle 9:00: ne avevamo bisogno. Colazione in hotel con il nostro shokupan del corso e marmellata di mirtilli comprata lì vicino.

Partenza per Dewa Sanzan. Neve fitta e vento sono ormai la nostra costante. Due ore di auto. Cerchiamo il parcheggio del tempio, ma la strada è bloccata. Proviamo alternative, non capiamo più dove siamo. E soprattutto: non avevamo davvero idea di dove stessimo andando. Sapevamo solo di avere (forse) prenotato una notte in questo tempio, grazie a uno stagista giapponese che lavora con la mia amica Agni. Prenotare via sito sembrava impossibile, quindi anche il fatto di avere la prenotazione ci sembrava vagamente surreale.

Non c’era anima viva: paesaggio da Alaska, distese bianche, muri di neve, casette di lamiera, neve di traverso e vento. Ci fermiamo quando vediamo un’altra auto. Virgi bussa e una coppia giapponese, dolcissima, nonostante non parli una parola di inglese, ci accompagna e ci mostra l’inizio del cammino: circa 2 km nel bosco. Ci fanno capire che in inverno è inaccessibile senza ciaspole/racchette. Erano le 15 e alle 17 sarebbe venuto buio. Su Google Maps leggiamo che il percorso normale ha più di 2000 gradini in salita… peccato che lì sotto non si vedesse nemmeno l’ombra di un gradino: solo neve.

La coppia ci consiglia di non andare. Vedono le mie New Balance e ci portano in un bar, chiamando l’unica persona del paese che parla un po’ di inglese. Ci ripete: “Don’t go, it’s dangerous in winter. Especially with sneakers.” Qualsiasi persona sana di mente avrebbe:
a) comprato delle ciaspole, oppure
b) perso la prenotazione e dormito in città, per tentare la mattina dopo con l’attrezzatura adatta.
In più nel bosco non prendeva internet, quindi saremmo andate a tentoni.

E invece no. Si stava facendo tardi e noi “non potevamo mica perdere la prenotazione”. Ringraziamo, salutiamo e, sotto gli occhi sconvolti di tutti, diciamo: “We go!” E partiamo. In sneakers. La prima parte è pianeggiante e arriviamo subito alla pagoda gigante a cinque piani, immersa nel bosco: bellissima. Per raggiungerla mi trovo già nella neve fino alla vita. Io con calze Nike e New Balance: potete immaginare i miei piedi.

Nel bosco non incrociamo nessuno. Nessuna impronta. Nessun segno. Procediamo e per fortuna, dopo un quarto d’ora, Virgi controlla la mappa e scopre che stiamo andando nella direzione sbagliata. Torniamo indietro e capiamo che il percorso giusto è una salita ripidissima verso la cima della montagna. Testa bassa, ci togliamo due strati e saliamo. Dopo un’ora e mezza vediamo in lontananza una casa di legno bassa, con corridoi stretti ricoperti di lamiera. Sarà il monastero? Sulle mappe sembra di sì, ma non ci sono impronte. L’ingresso è nascosto dietro una collinetta di neve alta.
Noi ci tuffiamo, trasciniamo gli zaini e entriamo. Silenzio totale. Ci togliamo le scarpe e le lasciamo fuori (il giorno dopo le troverò coperte da un blocco di ghiaccio). Dentro: una donna e un uomo. Nessuno parla inglese. Il telefono non prende. Comunichiamo a gesti. Ma sì: la prenotazione c’è. E siamo le uniche a dormire lì. E i monaci? Non indaghiamo troppo.

Prima cosa: onsen caldo. Rinascita. Alle 18:00 ci servono una cena completamente km0 con prodotti della foresta: germogli, tofu di sesamo, radici, tuberi, muschio, fermentati, funghi secchi… non è abbondante, ma è molto buono. Abbiamo ancora fame e l’uomo ci porta un onigiri con ingredienti colorati. Nel monastero siamo noi due + lui. Non sembra un monaco: nel suo studio ci sono posaceneri pieni di sigarette e giornalini porno. Noi decidiamo di non fare domande. Alle 21:00 dormiamo già. Futon, camera scaldata da una stufa che però dobbiamo spegnere durante la notte. Corridoi gelati, spifferi ovunque, neve che entra e si ferma negli angoli. Troviamo piumini extra e finiamo a dormire con tre piumini a testa + kimono di lana. E comunque fa freddissimo. Nella notte sentiamo pavimento che trema e pareti che sbattono. Io penso: “i monaci si muovono nella notte”. In realtà è solo il vento.


Giorno 13 — 28 gennaio — Yamagata

Sveglia presto: colazione alle 6:00. Di nuovo riso, zuppa, germogli. Paghiamo (tanto per dormire al freddo e mangiare poco, senza nemmeno vedere i monaci) e ci salutano. Prima di uscire facciamo un giro nel monastero, entrando anche in alcune stanze chiuse: eravamo curiose, speravamo di avvistare almeno un monaco. Niente. Solo stanze vuote e offerte agli dei: tante bottiglie di sakè e cose simili. Usciamo e affrontiamo la discesa: più semplice, ma talmente ripida che a tratti scendiamo sul sedere, come su un bob. Arriviamo giù bagnate e congelate. Ci cambiamo e partiamo verso Yamagata: finalmente la neve è più leggera.

Pranzo da Shojiya: davvero super. Proviamo finalmente i soba di grano saraceno serviti freddi da intingere in un brodo, con una tempura leggerissima. All’ingresso, dietro una vetrata, si vede una stanzetta con un piano enorme di marmo dove lo chef prepara i soba a mano: spettacolo. Andiamo poi al tempio di Yamadera, che dev’essere bellissimo — incastonato sulla montagna, raggiungibile con rampe di scalini — ma purtroppo è appena chiuso.

Ci rifugiamo in un caffè per un matcha latte: TsukiCoffee. Poi tappa in un negozio di ceramiche, Shichiemongama. Chiediamo un mini corso di ceramica: stavano chiudendo, ma la proprietaria, un’anziana gentilissima, decide di riaprire e farcelo lo stesso. Formiamo due piatti super carini, che ci spediranno dopo un mese e mezzo. Tenerissima. Riconsegniamo la macchina e dopo cena da やきとり くし童 (mix di piattini), crolliamo.


Giorno 15 — 29 gennaio — Rientro

Partiamo presto: volo dal mini aeroporto di Yamagata. Alle 11:00 siamo a Tokyo. Taxi per Toyosu Market: pranzo con sushi ottimo e tonno freschissimo direttamente dal mercato. Poi passeggiata fino a Ginza: ultimo giro tra negozi, con highlight su Muji Atelier, dove potresti tranquillamente passare l’intera giornata. Ultimi acquisti, poi metro per l’aeroporto. Cena in lounge (e ovviamente facciamo scorta di onigiri per il viaggio). Partenza alle 20:00, scalo a Shanghai come all’andata e arrivo a Malpensa perfettamente in orario.

Idee di itinerari in Giappone (che secondo me funzionano)

Ormai ci sono stata già due volte, ma nonostante ciò ho ancora moltissimo da vedere in questo fantastico paese così variegato e pieno di tesori nascosti. Premessa: atterri a Tokyo → minimo 3 giorni pieni.

Itinerario SUD

  • Treno verso Nagoya, noleggio auto e prefettura di Mie (pescatori, alghe wakame, perle, Ama).
  • Prosegui verso l’altra costa per un’esperienza spirituale: Koyasan / Kumano Kodo (meglio non in inverno).
  • Rientro a Kyoto e spostamenti in treno tra: Osaka (street food + cooking class), Nara (attenzione ai periodi super turistici), Uji (tè verde), eventuale Kobe (se riuscite a visitare una farm per wagyu km0).
  • Treno presto per Hiroshima: mezza giornata al museo della memoria.
  • Se avete tempo: Naoshima (arte moderna a cielo aperto).
  • Treno per Fukuoka, poi auto per il Kyushu (natura, onsen, villaggi di ceramica, risaie).
  • Bonus wild: traghetto per Yakushima (isola selvaggia ricoperta di muschio).
  • Finale relax: volo per Okinawa.

Itinerario CENTRO

  • Treno per Nagano, noleggio auto e parco delle scimmie (solo se partite prestissimo e in giorni non affollati).
  • Se non vi interessano le scimmie: noleggio auto a Toyama e discesa verso sud.
  • In zona: Takayama (bakery, sake/soia/miso, farm, Hida Harvest Class).
  • Villaggi: Ainokura, Gokayama, Shirakawa (assolutamente fuori stagione).
  • Monti Kiso: mini trekking Magome–Tsumago (8 km), magari dormendo in uno dei due borghi.
  • Rientro a Nagoya → treno per Kyoto.

Itinerario NORD

  • Aereo per Yamagata: per me vale già solo per Dewa Sanzan (camminata + notte al santuario).
  • Da qui puoi salire in treno verso Sapporo / Hokkaido: in inverno sci, nelle altre stagioni trekking, rafting, glamping, cavallo, natura vera.
  • Tra Yamagata e Hokkaido: Akita e Aomori (da approfondire, ma promettono bene).

Zone che voglio ancora studiare (se avete tips scrivetemi!)

  • Penisola di Shikoku
  • Costa sud e area intorno a Hiroshima

In ogni modo chiedetemi info di qualsiasi genere, sono felice!

Ecco la chicca finale: il link alla mia lista di luoghi salvati su Maps 💛

https://maps.app.goo.gl/rCBBfNYWfdx8AGvJ6?g_st=i

Condividi

WhatsApp
Facebook
X
Email
Pinterest

Articoli correlati

Commenti

hai bisogno di BanAnna?
richiedi un preventivo

Form richiesta preventivo